martedì 16 aprile 2013

L'usignolo

La giornata a calda e soleggiata, sicché, lasciando le finestre aperte, sento il canto degli usignoli.
Dopo un lungo inverno passato rinserrati in casa, quasi ci si era dimenticati della piacevolezza dei suoi della natura.
Decisamente ringrazio il cielo di vivere in campagna!
Cosa c'è di più bello dello stare seduti in pace ad ascoltare il canto degli uccelli, mentre il sole ti scalda la fronte?
E mi tornano alla mente i versi di Keats in "Ode a un usignolo":

Tu arborea driade dalle lievi ali
Che in una macchia melodiosa
Di faggi verdi e sparsa d'ombre innumeri
Canti l'estate con la felicità della gola spiegata...

giovedì 11 aprile 2013

La mia mamma - Giveaway

Ho appena finito di leggere un bellissimo post della mia nuova amica Maris. In questo modo sono venuta a conoscenza dell'iniziativa lanciata da Francesca: il giveaway "La mia mamma".


Leggendo anche il suo post mi è venuta voglia di partecipare.
E c'è un motivo particolare.
Il 23 Aprile prossimo saranno trascorsi esattamente 20 dal giorno in cui la nostra vita (a livello di famiglia) è cambiata dall'oggi al domani.
Ma prima di parlare di quello che accadde, due paroline su noi due.
Il rapporto fra me a la mia mamma è complicato da descrivere. Quando ero piccola era la mia eroina e le dedicavo il mio amore incondizionato. E' stata, senza dubbio, una bravissima mamma, mi ha comunicato valori solidi e le sono grata per questo. In seguito ci sono stati i soliti problemi fra figlia adolescente e mamma un po' troppo protettiva, ma tutto sommato niente di eclatante.
Fino a quella notte di 20 anni fa....
Mio padre era partito quella mattina per Francoforte (doveva visitare una fiera per lavoro) e la giornata era passata come al solito: io avevo studiato come una matta perché la mattina dopo avevo un'esame all'università e mi dovevo anche alzare presto, lei aveva fatto un po' di lavoretti in giardino.
Quella sera era stanca e si era addormentata davanti alla TV; quando l'avevo scossa per andare a dormire aveva avuto un sussulto e poi mi aveva seguita.
Siccome non c'era papà ho deciso di dormire con lei per farle compagnia.
Forse il nervosismo per l'esame in vista mi aveva reso il sonno leggero, non lo so, so solo che a mezzanotte mi sono svegliata a causa di un rumore molto forte. Proveniva da lei. Stava rantolando.
All'epoca avevo 19 anni e mai niente aveva turbato la nostra serenità.7
Quella notte mi sono svegliata e mia madre era in coma, lì al mio fianco: la scuotevo e non si svegliava, respirava a fatica.
La rottura dell'aorta cerebrale le aveva causato un'emorragia ed aveva indotto il coma.
In qualche modo ho chiamato i soccorsi e da lì siamo poi finiti a Bologna, ho chiamato mio padre in Germania ed i nostri parenti a Bologna perché mi raggiungessero all'ospedale.
Per farla breve il giorno dopo si è svegliata, anche bene, ma dopo 2 giorni ha avuto una seconda emorragia e l'hanno operata d'urgenza.
La notte in cui fu operata ho pregato molto, moltissimo ... ho promesso e giurato cose che ora nemmeno ricordo, ho donato miei anni di vita purché non mi fosse tolta la mamma. Non potevo pensare di vivere senza di lei: non ero pronta.
Qualcuno mi ha ascoltata quella notte e lei è ancora qui. Certo, ci sono state conseguenze, ma nemmeno così pesanti. Ha dovuto imparare a parlare di nuovo, perché parlava una lingua tutta sua. Ci sono stati cambiamenti di carattere. E' diventata più sensibile, fragile. A quel punto ero io la mamma e lei la figlia. E' stata dura.
Ma siamo qui.
Per me non è facile essere sua figlia. Di base lei mantiene comunque un carattere molto forte, autoritario, diciamo pure che tende a comandare, e, a causa del suo problema le sono cadute delle barriere e le sue razioni tendono ad essere esagerate. E' come se avesse perso i filtri che ci fanno trattenere dal degenerare di fronte alle contrarietà. Per cui per un nonnulla piange disperata o si offende terribilmente. Poi ci ripensa e le passa ma, nei fatti, l'impulsività ha preso il sopravvento.
Sì ... è dura. ma lei c'è. Mi ha vista all'altare e ha visto nascere le mie bambine.
E allora grazie a "chi" quella notte mi ha guidata, mi ha fatto fare le cose giuste nei tempi giusti.
Forse qualcuno si chiederà come ne sono uscita io? Beh ... non è stato facile. Tutt'oggi c'è un intero anno della mia vita che non ricordo affatto: l'ho rimosso. Ero giovane e non avevo le armi per affrontare un simile tsunami emozionale. Piano piano ce c'ho fatta anch'io. E, paradossalmente, ho imparato moltissimo: bisogna stare attenti alla priorità che si da' a certe cose nella vita, perché può sempre arrivare il giorno in cui scopri che hai sbagliato giudizio e devi ricominciare daccapo.
Quindi grazie alla mia mamma perché c'è e mi stressa sempre e mi fa una testa così su tutto!
Ti voglio bene.
Ecco, questo dovrei imparare a dirtelo qualche volta: ti voglio bene.

lunedì 8 aprile 2013

Ma i veri viaggiatori partono per partire e basta: cuori lievi, simili a palloncini che solo il caso muove eternamente, dicono sempre "Andiamo", e non sanno perché. I loro desideri hanno le forme delle nuvole.

Charles Boudelaire

mercoledì 3 aprile 2013

Birmania o Myanmar?

Un paio di giorni fa ho finito di leggere "Perchè i pesci non affoghino" di Amy Tan.
La Tan, per me un'autentica novità, è un'autrice finemente ironica e spiritosa; nel romanzo da' un'immagine dissacrante del "turista americano" e delle sue idiosincrasie. In questo l'ho trovata davvero geniale ed acuta.
Ma, nel corso della lettura, si capisce bene che la Tan non vuole puntare il dito sull'America, ma sull'Asia e sulla sua situazione politica.
Alcuni giorni fa ho riportato in questo post la frase di un Anonimo che da' il titolo ed apre il libro. L'avevo trovata spiritosa, divertente. Devo ammettere che una volta conclusa la lettura mi ha divertito molto meno.
Per farla breve, il libro narra la strana avventura di 11 turisti americani, in viaggio in Birmania, che vengono "sequestrati" da una tribù di etnia Karen. Tutta la vicenda si sviluppa nel difficilissimo contesto politico birmano. Ma...
Per prima cosa la Birmania non si chiama più così dal 1989, data in cui la giunta militare appena salita al potere le impose il nome di Myanmar definendolo un nome "etnicamente neutro"...
Guidato da un regime militare, il paese è quindi, de facto, una dittatura militare, sebbene giuridicamente si dichiari una repubblica presidenziale.
La popolazione è molto composita e l'integrazione dei vari gruppi etnici è di difficile attuazione, anche perchè le 135 etnie della nazione sono state raggruppate in base a dove sono stanziate piuttosto che in base alle differenze etnico/linguistiche.
L'aspettativa di vita è circa 58 anni per gli uomini e 64 per le donne, la mortalità infantile è del 69 per mille; tutti dati che portano la Birmania nella fascia dei paesi a basso sviluppo. Quasi il 79% della popolazione vive in villaggi.
A " migliorare" le cose mettiamoci anche che nel 1988, quando s'instaurò il potere militare, iniziò una feroce guerra civile. Ogni insurrezione popolare veniva sedata nel sangue ed è ancora in corso un conflitto molto aggressivo fra il governo ed il gruppo etnico dei Karen (... guarda caso proprio "i rapitori" del romanzo...).
L'area più colpita dalle dimostrazioni di violenza dei militari è quella sud-orientale, di conseguenza migliaia di esuli si muovono verso il confine con la Thailandia, dove sono istituiti dei campi profughi. I rifugiati hanno però scarse possibilità di migliorare le loro condizioni di vita, mancando ogni fornitura elettrica e di medicinali. La popolazione è estenuata dalla fame, è malnutrita e molti bambini, per sopravvivere, sono costretti alla prostituzione o al lavoro forzato; motivo per cui le persone sono facile bersaglio di parassiti, vermi, malaria, epatite, malattie veneree e AIDS.
Questa, riassumento moltissimo e semplificando, è la condizione politica della Birmania. Immaginate 11 turisti americani che di tutto ciò non vedono nulla ( diciamo pure che un po' hanno gli occhi foderati di prosciutto e un po' il regime si preoccupa molto del fatto che nulla trapeli delle atrocità che accadono nel paese).
Poi, improvvisamente, vengono rapiti dalla popolazione di un piccolo villaggio Karen che vede in un ragazzo della comitiva il proprio Messia reincarnato, la speranza di un futuro libero. Ecco, questo rapimento, che rapimento non è, apre loro gli occhi: attraverso i racconti degli abitanti vengono a conoscere la verità. E decidono così di aiutarli. A questo punto si capisce il vero significato del titolo. Gli 11 americani, in buonissima fede, una volta liberati, veramente sono convinti di aiutare i loro amici Karen ( non vi dico il modo perchè il libro merita di essere letto), ma ciò che ottengono è esattamente quello che accade ai pesci pescati e portati a riva affinchè non affoghino... E questo lascia un grande amaro un bocca ...
E' la dura realtà di tanti e tanti popoli: l'happy ending non esiste. Triste ma vero. Certe situazioni non sono così semplici da risolvere; non basta un po' di campagna in TV e due articoli di giornale. I regimi hanno il braccio e la memoria lunga e, prima o poi, il conto lo vengono sempre a saldare.