venerdì 27 gennaio 2017

VdL - Le venti dita di Dio, Alex Bottalico

Buongiorno a tutte!
Quello di cui voglio parlarvi oggi è un libro che mi ha suscitato sentimenti molto forti, quindi ho dovuto aspettare un po' prima di parlarvene per cercare di farlo nella maniera più obiettiva possibile.
Ma non posso, io lo trovo un libro bellissimo!
Narra di un'utopia, ma non voglio dire troppo altrimenti rovino tutta la sorpresa, ed è ambientato in Africa, nella bidonville di Kingabuà in Congo. Non è tanto la storia, che comunque è molto bella, ma lo stile che rapisce pagina dopo pagina e dipinge la realtà Africa nella sua lucida crudeltà: la dura lotta quotidiana per la sopravvivenza. Dove non c'è niente e nessuno che aiuti l'uomo nella battaglia contro la fame, la sete, le malattie, si finisce per vendere anche i propri figli ed uccidere i propri padri pur di sopravvivere.
Ma questo è un meraviglioso libro di speranza: dopo aver descritto l'orrore, questo libro apre una porta sulla luce della speranza. Sarà sogno o realtà? Scopritelo leggendo questa magnifica storia di riscatto da una vita che il destino ti ha imposto e da cui solo la fortuna e il caso ti possono strappare.
Scritto da un reporter, un uomo che visto e vissuto l'Africa in tutte le sue sfaccettature, il libro è anche un duro atto d'accusa contro i Paesi industrializzati e contro di noi, singoli cittadini della parte privilegiata del mondo, che ci accontentiamo di lavarci la coscienza con i nostri atti caritatevoli non rendendoci conto che in Africa nulla arriva della nostra carità. Leggendo queste pagine possiamo forse finalmente capire perché queste persone vendono tutto il vendibile (materiale e morale) pur di affrontare un viaggio che li porti via da un inferno quotidiano, verso la promessa di un futuro che, per quanto a noi possa comunque sembrare precario e miserabile, in realtà per loro è infinitamente migliore e preferibile alla realtà che sono costretti ad affrontare in Africa. 
Un libro meraviglioso che mi ha commosso fino alle lacrime e che suggerirei di leggere nelle scuole. Perché se non capiamo la realtà e non insegniamo ai nostri figli a guardare il mondo con la mente e il cuore aperti, prima di tutto, alla comprensione del "perché certe cose accadono" non possiamo pretendere di essere in grado di cambiare la società. Che ha bisogno di essere cambiata .... altroché se ne ha bisogno.



Gli altri suggerimenti di lettura di oggi li trovate QUI

lunedì 16 gennaio 2017

Copriforno ... che ce n'è bisogno!!

Da moltissimo tempo non posto uno dei miei lavoretti a punto croce. Vuoi perché il mio andamento è discontinuo, vuoi perché mi dimentico di postarli, sono rimasta indietro di molte creazioni.
Un paio di anni fa rimasi affascinata dai copriforno. Si tratta di pannelli in tessuto, ricamati o decorati con creazioni di cucito, che si applicano al manico dello sportello del forno e ci legittimano a lasciare il forno ed il suo vetro in vergognoso disordine perché tanto ..... è tutto coperto!!!
Il motivo di questo lavoretto creativo non è fra i più edificanti lo ammetto, ma è anche vero che io odio, odio, odio pulire il forno e se posso evitare lo faccio con grande gioia!
Quindi il copriforno è velocemente diventato un "oggetto di culto" e me lo sono fabbricato in men che non si dica, ovviamente applicando una pezza di Aida ricamata ad un pannello di stoffa che ho scelto di una tinta adatta ai colori della cucina. Et voilà questo è il risultato!!




L'unico errore che purtroppo ho commesso è di non aver inserito una struttura rigida all'interno del pannello in tessuto, per cui, ovviamente, a forza di stare appeso, si affloscia un po' su se stesso perdendo il suo appeal! Quindi ora devo studiare come rimediare senza scucire il tutto che solo a pensarci mi viene male!

Fra una settimana aggiungerò il link a questo post nella pagina "La Casa Fiorita". CIAO!!

venerdì 13 gennaio 2017

VdL - Anita friggeva d'amore, Marta Casarini

Salve amiche leggione! Sono di nuovo scomparsa per il periodo natalizio, ma con le due terremote a casa da scuola ed il marito in ferie straordinarie per due settimane non ce l'ho proprio fatta a dedicarmi al blog.
In effetti ho anche letto poco e, fra le poche cose lette, c'era questo libricino: "Anita friggeva d'amore".

Nonno Goluàs è fuggito, molto molto giovane, dall'umida e insapore Brouges, per approdare in Italia patria del grande Artusi, sposare Rosita e diventare il nonno di Anita. "Scrivere un menù è come scrivere una storia d'amore" dice il nonno alla nipote, dando così inizio alla sua educazione culinaria; sì, perché Anita ha un dono, riconosce il sapore delle cose, di ogni cosa non solo del cibo. Il grande sogno del nonno è aprire un ristorante con la talentuosa nipotina: insieme saranno in grado di riportare i clienti alle gioie dell'infanzia, alle calde giornate d'estate in riva al mare o alle fredde sere invernali con la neve che cade leggera. Goluàs svela ad Anita le alchimie dei cibi, insegnandole che dentro ogni cibo è nascosto un sentimento e dentro ogni pentola cuoce una storia. Immersa nella sua famiglia strampalata, Anita crescerà ed imparerà a cucinare e ad amare ed anche che i sogni hanno bisogno del loro tempo per realizzarsi così come il pane ha bisogno di tempo per lievitare.

Si tratta di un romanzo molto particolare; credo che, in un certo senso, è un romanzo che o si ama o si odia. A me non è dispiaciuta l'idea di ricondurre i fatti della vita agli ingredienti della cucina, anche se, a volte, le metafore culinarie sono un pochino spinte troppo oltre. Ma il sentimento che sottende tutta la storia, il legame nonno-nipote, è molto bello e delicato e, sul finale, riserva una commovente sorpresa.
Non è un libro indimenticabile, ma, se letto con lo spirito giusto, può essere gradito.



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