lunedì 24 aprile 2017

Sciroppo o "miele" di tarassaco

Non so se l'ho mai detto, ma casa nostra è circondata da campi e boschi. Qui vicino c'è un piccolo fazzoletto di terra dove un simpatico signore, che noi chiamiamo semplicemente "il Barbiere" (essendo che è il barbiere del paese), coltiva il suo orto. La Tata e la Pissi vanno spesso a trovarlo perché è pieno di animali e soprattutto di gatti e relativi gattini. Il Barbiere è veramente una persona gentile, ci riempie sempre di regali come uova (delle sue galline) e piantine di vario genere in quanto è uno sperimentatore e gli piace tentare la coltivazione di frutti e verdure particolari. L'anno scorso le bimbe lo aiutarono a raccogliere fiori di tarassaco che sua figlia usa per preparare uno sciroppo; dopo qualche giorno arrivò con un vasetto di sciroppo e la ricetta per farlo.
Secondo quanto ci disse il preparato non ha proprietà benefiche particolari, ma è indubbiamente buono e, durante l'inverno, le bimbe lo hanno sciolto nel the o nella camomilla quand'erano malate e lo gradivano molto. Così quest'anno ho deciso di farne qualche vasetto pure io.

La materia prima da queste parti decisamente non manca, il mio giardino è completamente ricoperto da fiori di tarassaco (noi li chiamiamo "piscialetti", nome che probabilmente deriva dalle proprietà diuretiche del tarassaco), quindi ne ho raccolto un bel secchio e li ho lavati bene, anche perché sono quasi sempre pieni d'insettini minuscoli.
Di seguito vi riporto la ricetta!

Sciroppo di fiori di tarassaco

4 manciate abbondanti di fiori di tarassaco
1L acqua
1kg zucchero
1/2 limone

Lavare bene i fiori e metterli in una pentola, aggiungere acqua fredda e portare a bollore a fuoco medio. Quando inizia a bollire spegnere il fuoco e lasciare riposare per una notte.


Il giorno seguente togliere i fiori dall'acqua dopo averli ben strizzati e filtrare il tutto con un colino sottile.

Aggiungere al liquido lo zucchero e il mezzo limone a fette (togliendo prima i semi), portare a bollore a fuoco medio-basso.

Spegnere il fuoco a fare raffreddare il composto. Ripetere l'ultimo procedimento per altre 2 volte in modo che lo sciroppo si addensi senza però cristallizzare.
Riempire i vasetti dopo averli sterilizzati e metterli in forno per circa 30 minuti, alla temperatura minima, per chiuderli bene.

Ed ecco qua il vostro sciroppo! Il sapore ricorda molto il miele, infatti viene anche detto impropriamente miele di tarassaco, ed è ottimo, o almeno così dicono sul web, per tosse, raffreddore e mal di gola. In ogni caso è un dolcificante particolare e qualche cuoca migliore di me potrebbe usarlo per qualche piatto succulento, chissà.... vero Batù?
"Con questa ricetta partecipo al contest al km 0 organizzato da Batuffolando ricette, I biscotti della zia e un’arbanella di basilico "






venerdì 21 aprile 2017

VdL - L'età dello tsunami, Alberto Pellai & Barbara Tamborini

Dopo qualche settimana d'assenza mi ripresento con questo simpatico libro per genitori. Avendo una figlia di 11 anni e sentendomi assolutamente impreparata alla tempesta "ormonal-emotiva" che sta per investirmi, mi sono sentita subito attratta da questo titolo.
L'età dello tsunami - Come sopravvivere a un figlio pre-adolescente, racconta proprio di questa "età di mezzo" (che qui viene fatta coincidere con i 3 anni delle scuole medie), poco analizzata rispetto all'adolescenza vera e propria ma, decisamente, un'età complicata. Sarà perché per me è stato un periodo bruttissimo, vissuto male, che ha condizionato per anni il concetto che avevo di me stessa, il pensiero che la stessa sorte possa toccare a mia figlia mi angosciava moltissimo.
Devo dire che il libro è molto carino, non pretende di dare ricettine facili facili per crescere figli felici e giulivi, ma soprattutto spiega cosa accade loro in questo periodo di trasformazione. Personalmente ho trovato interessantissima la parte in cui viene spiegato, con parole molto semplici, il funzionamento del cervello di un pre-adolescente rispetto a quello di un bambino e di un adolescente; è bello sapere che gli sbalzi d'umore, gli scatti d'ira sono solo frutto di un cervello non completamente sviluppato. Quindi se tuo figlio ti urla "Ti odio" non è che ti odia davvero, ma semplicemente non ha i mezzi per mediare la sua ira del momento e può solo sfogarla al 100%.
Insomma tutto sommato non è un libro che ti cambierà la vita e ti farà diventare un genitore fantastico, anzi sottolinea spesso che il "genitore perfetto" non esiste, ma ha un effetto tranquillizzante, ti spiega come evitare di perdere la calma ogni 3X2, che le punizioni (ovviamente non corporali) sono necessarie perché spesso i pre-adolescenti non hanno il senso del limite, che il dialogo è importante per costruire un rapporto maturo che prosegua anche dopo l'inevitabile distacco da mamma e papà. Anzi è fondamentale per farli volare con le loro ali, consci che però ci sarà sempre un nido a cui tornare se la tempesta si farà troppo intensa.



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venerdì 17 marzo 2017

VdL - Bentornati in casa Esposito, Pino Imperatore

Proseguiamo con la "saga" della famiglia Esposito! In questo secondo libro si continua a ridere delle disavventure del mancato boss Tonino Esposito che si trasforma sempre di più in una macchietta. Diciamolo pure: in questo romanzo Tonino tocca proprio il fondo. Stanco delle sue suppliche O' Tarramoto gli trova un impiego, si spera il più innocuo possibile, in un'impresa di pompe funebri; ma niente, Tonino non è capace nemmeno di seppellire il morto giusto e si fa cacciare anche da lì! Non c'è posto per lui nel clan che, nel frattempo, sta vivendo tempi difficili: gli affari vanno male anche alla camorra ed una terribile faida sta facendo terra bruciata attorno al boss Pietro de Luca detto O'Tarramoto; gli altri capi della camorra hanno deciso: de Luca deve morire. Intanto i mesi passano e la vita procede, Tonino e Patty diventano di nuovo genitori di due gemellini, Tina trova il suo primo amore a un campo estivo organizzato dal parroco del rione Sanità, un prete-coraggio, amico d'infanzia di de Luca, che lotta contro la camorra dall'altare e lavorando fortemente sui giovani. Ma un giorno, al cimitero delle Fontanelle, Tonino sente sua moglie Patty ammettere di averlo tradito, molto molto tempo prima: è il crollo. Tonino se ne va di casa, confuso e dilaniato dal senso di inadeguatezza; Patty tira avanti, ma senza il marito i soldi sono pochi, Tina si schiera in prima linea nelle manifestazioni anticamorra. Non si ride più molto a questo punto, il clima a Napoli è pesante, la tragedia aleggia nell'aria, la sentono incombere anche gli animali di casa ... e poi accade, cosa dovrete scoprirlo da sole ovvio.
Bello e realistico questo romanzo, leggendo qualche articolo ho scoperto che la parte finale, così diversa dalla prima parte, è nata così, di getto, dopo uno dei tanti fatti di sangue che hanno finito per coinvolgere anche gli innocenti e di cui Napoli è spesso scenario, purtroppo.
Lascia l'amaro e anche il dubbio, ma, ed è la parte migliore, un pizzico di speranza. Si può cambiare se si cambia la testa della gente e, nella fattispecie, i giovani possono cambiare la società. Lottare, lottare sempre, non arrendersi allo status quo. Mai.



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venerdì 10 marzo 2017

VdL - Benvenuti in casa Esposito, Pino Imperatore

Buongiorno a tutte,
questo di oggi è il primo libro imperniato sulle avventure tragicomiche della famiglia Esposito. Il capostipite Tonino è il figlio imbranato del defunto boss del rione Sanità a Napoli; il padre è stato assassinato in una guerra tra clan ed il suo posto è stato preso, non dal figlio decisamente impedito, ma dal suo luogotenente chiamato 'O Tarramoto. Tonino è quanto di più lontano da un camorrista si possa immaginare: è imbranato, iellato, goffo, ha incubi ambientati nei cartoni animati e passa il tempo a conversare con la capuzzella del Capitano al Cimitero delle Fontanelle. Gli fa da contorno la sua numerosa e turbolenta famiglia: la moglie Patty e i figli Genny e Tina, i genitori di Patty, la madre di Tonino, la domestica ed il giovane Enzo che Tonino ha preso sotto la sua ala protettrice. Tutti vivono nella stessa casa, al centro del rione Sanità.
Nel tentativo disperato e infruttuoso di dimostrarsi degno erede del padre e membro onorevole del clan, Tonino ne combina di tutti i colori suscitando l'ira d'O Tarramoto al punto da dover lasciare Napoli in fretta e furia.
Il romanzo è davvero molto divertente e riesce a dissacrare la camorra senza cadere nella "macchietta" o nella pesantezza di stile.
Tra le righe fa capolino uno spaccato della Napoli contemporanea divertente e crudele al tempo stesso; una città bellissima, ricca di storia e di cultura strangolata dalla malavita. La giovane Tina impersona quella parte della città che vorrebbe uscire dal vortice della camorra, ribellarsi e riprendersi la propria libertà ed i propri spazi.
Un libro che fa ridere, molto, e che sotto sotto fa anche pensare, che non è male!



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venerdì 3 marzo 2017

VdL - L'allieva, Alessia Gazzola

Contrariamente a quello che mi accade di solito, stavolta ho visto prima la serie televisiva e solo dopo mi è venuta voglia di andarmi a leggere il libro. Questo perché lo sceneggiato mi è piaciuto molto e mi sono ritrovata completamente nel personaggio di Alice Allevi.
Alice è una specializzanda di medicina legale, direi quasi "un po' per caso", con un problemino di fondo non  proprio trascurabile: è goffa, impacciata, pasticciona, disorganizzata, perennemente in ritardo.
Insomma: Alice sono io!
Beh ok non è che mi faccio una bella pubblicità a dirmi da sola questa cosa, ma è così. La rivelazione me l'ha fatta mio marito quando, per l'ennesima volta, ho costretto l'intera famiglia a guardare lo sceneggiato :"A te l'Allieva ti piace tanto perché ti ci rivedi vero?!" Sì, sì è vero; rivedo una me stessa goffa e un po' fuori luogo ai tempi degli studi. In laboratorio ero sempre quella che rompeva la vetreria, che sbagliava il reagente, che rischiava di far esplodere la cappa .... insomma una frana. Ma con le mie belle idee luminose, ogni tanto, che risollevavano le sorti dei miei risultati! Vi racconto questa poi vi parlo del libro (che siamo qui per questo non per me lo so): una volta stavo facendo una reazione con un reagente sintetizzato dalla laureanda che mi aveva preceduto, e ce n'era proprio poco, andava maneggiato con estrema cura. Insomma (e non e stata colpa mia) si è rotto il rubinetto del separatore sferico (che è di vetro) e tutta la preziosa soluzione color rosso sangue si è riversata sul piano di lavoro e ... addosso a me! Mi sono presentata nell'ufficio del mio relatore quasi in lacrime, completamente sporca di rosso ... lui mi ha guardata e mi ha detto :" Hai ammazzato qualcuno?". Quando gli ho spiegato l'accaduto, fra un po' lui ammazza me....
Ecco la nostra Alice Allevi è a questi livelli di dabbedaggine. Ma non manca di una certa arguzia che le permette di risolvere tutta una serie di omicidi che fanno da corollario al vero centro del romanzo: la sua vita professionale e amorosa. Sì perché oltre ad essere professionalmente impegnata a non farsi bocciare e buttar fuori dall'Istituto di Medicina Legale, Alice è impegnata a decidere dove deve andare il suo cuore, se da Arthur, figlio del Supremo, il direttore dell'Istituto, o se dal dottor Claudio Conforti, tutor di Alice e dongiovanni impenitente e sarcastico. Fossi io non avrei dubbio alcuno: il dottor Conforti vince 100-0 contro l'assenteista Arthur sempre in giro per il mondo con la sua macchina fotografica. Poi dai diciamolo: l'uomo che ti corteggia sfacciatamente ma fa anche un po' lo stronzo ha un fascino irresistibile, per lo meno nei libri! (O forse mi piace Lino Guanciale che interpreta il dott. Conforti nella serie? Forse.) Ma Alice è indecisa, pende un po' di qua un po' di là e nel frattempo investiga, dorme poco e studia ancor meno.
Nel complesso un romanzo scorrevolissimo, molto carino, senza pretese particolari, ma sostenuto da una verve frizzante e da un sarcasmo di fondo che ci fanno dimenticare la delusione del "giallo mancato"; sì perché la trama "misteriosa" è abbastanza inconsistente, il giallo non è un giallo perché di misterioso non c'è nulla, ma il tutto è voluto. Non è un romanzo giallo, è una divertente commedia.
Io lo consiglio, ma io, come avrete ormai capito, sono di parte! ☺



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sabato 18 febbraio 2017

Brazadéla o ciambella bolognese per Batù

Qualche tempo fa, la mia amica Batù mi ha chiesto la ricetta per la "tipica ciambella bolognese".
Devo ammettere che sul momento sono rimasta interdetta, perché "tipica ciambella bolognese" è un appellativo che, qui da noi, si potrebbe applicare ad una sacco di preparazioni. Per me la ciambella tipica, anzi per meglio dire la brazadéla o braciadéla, è quella che faceva mia mamma quando ero piccola: un bel tortino morbido fatto apposta per inzupparlo nel latte la mattina!
Ma, chiedendole bene, ho capito che Batù intendeva parlare di una tipo di ciambella che, per essere sincera, in casa mia hanno fatto qualche rarissima volta mia nonna e mia zia e che, in effetti, è molto più caratteristica delle "Due Torri" piuttosto che della provincia. Trattasi di una ciambella dura, poco dolce, adatta ad essere inzuppata nel liquore a fine pranzo, alla moda dei cantucci per interderci ... beh, micca per niente siamo vicini di casa dei toscani!
Comunque con grande fatica sono riuscita a recuperare la ricetta più tradizionale possibile. Io l'ho provata ed in famiglia è piaciuta.
Quindi oggi la posto e la dedico a Batù visto che è anche il suo compleanno.

Ingredienti:
- 350g di farina 00
- 100g zucchero semolato
- 1 bicchiere latte
- 60g burro
- 1 uovo
- 1 bustina lievito
- 1 limone

Mescolare la farina, il lievito, l'uovo e la buccia grattugiata del limone.


Sciogliere il burro in un pentolino e fare raffreddare (io ho usato parte di margarina ed è venuto bene lo stesso). Unire il burro sciolto al composto di farina, mescolare prima con un cucchiaio di legno e poi terminare con le mani.



Con questa pasta formare un filone e dargli la forma a ciambella o, più tipicamente ad "esse" spigolosa. Porla su una teglia rivestita di carta da forno e cuocere la ciambella dura a 160° per 50 minuti.


La ciambella andrebbe cosparsa, prima della cottura, con zucchero in grani o granella di zucchero, chiamatelo come volete: questa è la ricetta tipica assieme alle ciliege candite.
Io odio i canditi e la granella in casa non piace, quindi ho messo una specie di momperiglia grossa che ha dato colore al tutto. Devo dire che quando si mangia non è il massimo perché le palline sono un po' dure sotto i denti, quindi evitate questa soluzione a favore di una più classica, magari le codette di cioccolato.



Il risultato è buono e non pesante; non è molto dolce quindi se invece gradite il dolce aggiungete zucchero.
Per correttezza vi informo che questo  dolce si può farcire con la marmellata: stendere la pasta spessa circa 1.5 cm e spennellarlo con la marmellata, chiudere tipo strudel e dargli la forma di una ciambella. Servire spolverizzando con zucchero a velo o con codette colorate.
Devo dire che non ho mai assaggiato questa variante. In casa mia, come dolce ripieno, si prepara, di solito per Natale, la pinza bolognese, altro dolce tipico di cui magari vi parlerò più avanti! Noi lo adoriamo!!
Quindi
BUON COMPLEANNO BATU'
e
BUONA BRAZADE'LA!!!!

venerdì 10 febbraio 2017

VdL - L'estate nera, Remo Guerrini

Buongiorno amiche "leggione"!
Ieri stavo pensando al fatto che da quando gli ebook sono approdati nella mia vita, la diversità di ciò che leggo si è notevolmente ampliata, in bene e in male. Infatti, quand'ero ragazza i soldini che potevo spendere in carta stampata erano pochi, inoltre vivevo in un paese diciamo "medioevale" e potevo accedere alla vera letteratura solo le poche volte che andavo in una libreria di Bologna. Motivo per cui, quando ciò accadeva, avevo una, di solito, lunghissima lista di titoli oculatamente scelti fra le cose che più desideravo leggere. Raramente, molto raramente leggevo cose che poi non mi piacessero.
Ora che gli ebook te li tirano dietro, più o meno, posso concedermi molti sfizi letterari e buttarmi su lettura avventate; il che è bene, perché molte volte ho incontrato piccole gemme di scrittura dietro titoli che una volta avrei scartato a priori ed anche perché mi permette di esplorare scrittori italiani che ho sempre teso a lasciare un po' in disparte.
Così è stato per il romanzo che voglio presentarvi oggi, L'estate nera di Remo Guerrini, un autore che proprio non conoscevo.
L'azione si svolge ad Altavilla, un paesino di fantasia del Monferrato, tutto comincia nell'estate del '62 e ruota attorno ad un gruppo di dodicenni: Massimino, Attila, Eva, Saturnina, Federico, Canavesio, Santino e Giusi. Vengono tutti da realtà diverse, da Canavesio che è il "mezzo delinquente" del paese, povero e senza padre a Eva e Massimino che invece sono villeggianti di città e vivono nell'agiatezza, da Attila figlio di artigiani che sogna di lasciare il paese che gli va' stretto a Federico che invece grandi aspirazioni non ne ha tranne quella di sposare Saturnina. In campagna l'estate può diventare lunga se si ha poco da fare e, a volte, per divertirsi si prende di mira il debole. In questo caso il debole è il vecchio Beniamino il matto, che vive sempre ubriaco, in solitudine, imprecando contro tutto e tutti. All'inizio è un gioco innocente, giusto per farlo un po' sbraitare, ma poi un'inspiegabile crudeltà s'impadronisce dei ragazzi che spingono sempre più oltre il loro gioco fino ad una tragica domenica d'agosto durante la quale un furioso temporale si porta via la vita di Beniamino e l'innocenza di un gruppo di ragazzini.
Trent'anni dopo, la riesumazione dei cadaveri al vecchio cimitero riapre il giallo sulla morte di Beniamino e costringe i protagonisti, che la vita ha disperso e allontanato, a ritornare ad Altavilla e a fare i conti con se stessi e con quell'estate nera.
Il romanzo è abbastanza crudo. La parte in cui i protagonisti sono giovani, anzi, pone particolarmente l'accento sulla lucida crudeltà insita nei ragazzi; una crudeltà che si manifesta nei loro rapporti d'amicizia e che spesso appare come un guscio, una corazza che ognuno di loro si costruisce attorno per essere in grado di affrontare la vita. Quelle corazze non se le toglieranno mai. Li ritroveremo adulti, chi realizzato, chi fallito, ma ancora preda delle proprie angosce adolescenziali, delle antiche gelosie e di sentimenti mai sopiti.
Personalmente preferisco un atteggiamento più soft quando si parla di gioventù, ma devo dire che questo libro, scritto peraltro molto bene, dipinge una realtà che non piace ma che alla fine, per l'appunto, è reale. Quello che colpisce moltissimo è il concetto di "banalità del male"; non si capisce mai cosa sia effettivamente successo a Beniamino, probabilmente alla fine muore per un incidente, ma il dubbio rimane perché la violenta volontà di morte dei ragazzi è reale, forte e non può essere frenata. Fa paura.
L'unica pecca, secondo me, è il finale che, francamente, ho trovato un po' esagerato e inverosimile. E desolante. Probabilmente è proprio per questo che l'autore ha scelto quel finale: doveva essere desolante e privo di speranza. Come ho già detto tutto ciò non è proprio nelle mie corde, ma il libro merita certamente di essere letto. Attendo il vostro parere!



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venerdì 27 gennaio 2017

VdL - Le venti dita di Dio, Alex Bottalico

Buongiorno a tutte!
Quello di cui voglio parlarvi oggi è un libro che mi ha suscitato sentimenti molto forti, quindi ho dovuto aspettare un po' prima di parlarvene per cercare di farlo nella maniera più obiettiva possibile.
Ma non posso, io lo trovo un libro bellissimo!
Narra di un'utopia, ma non voglio dire troppo altrimenti rovino tutta la sorpresa, ed è ambientato in Africa, nella bidonville di Kingabuà in Congo. Non è tanto la storia, che comunque è molto bella, ma lo stile che rapisce pagina dopo pagina e dipinge la realtà Africa nella sua lucida crudeltà: la dura lotta quotidiana per la sopravvivenza. Dove non c'è niente e nessuno che aiuti l'uomo nella battaglia contro la fame, la sete, le malattie, si finisce per vendere anche i propri figli ed uccidere i propri padri pur di sopravvivere.
Ma questo è un meraviglioso libro di speranza: dopo aver descritto l'orrore, questo libro apre una porta sulla luce della speranza. Sarà sogno o realtà? Scopritelo leggendo questa magnifica storia di riscatto da una vita che il destino ti ha imposto e da cui solo la fortuna e il caso ti possono strappare.
Scritto da un reporter, un uomo che visto e vissuto l'Africa in tutte le sue sfaccettature, il libro è anche un duro atto d'accusa contro i Paesi industrializzati e contro di noi, singoli cittadini della parte privilegiata del mondo, che ci accontentiamo di lavarci la coscienza con i nostri atti caritatevoli non rendendoci conto che in Africa nulla arriva della nostra carità. Leggendo queste pagine possiamo forse finalmente capire perché queste persone vendono tutto il vendibile (materiale e morale) pur di affrontare un viaggio che li porti via da un inferno quotidiano, verso la promessa di un futuro che, per quanto a noi possa comunque sembrare precario e miserabile, in realtà per loro è infinitamente migliore e preferibile alla realtà che sono costretti ad affrontare in Africa. 
Un libro meraviglioso che mi ha commosso fino alle lacrime e che suggerirei di leggere nelle scuole. Perché se non capiamo la realtà e non insegniamo ai nostri figli a guardare il mondo con la mente e il cuore aperti, prima di tutto, alla comprensione del "perché certe cose accadono" non possiamo pretendere di essere in grado di cambiare la società. Che ha bisogno di essere cambiata .... altroché se ne ha bisogno.



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lunedì 16 gennaio 2017

Copriforno ... che ce n'è bisogno!!

Da moltissimo tempo non posto uno dei miei lavoretti a punto croce. Vuoi perché il mio andamento è discontinuo, vuoi perché mi dimentico di postarli, sono rimasta indietro di molte creazioni.
Un paio di anni fa rimasi affascinata dai copriforno. Si tratta di pannelli in tessuto, ricamati o decorati con creazioni di cucito, che si applicano al manico dello sportello del forno e ci legittimano a lasciare il forno ed il suo vetro in vergognoso disordine perché tanto ..... è tutto coperto!!!
Il motivo di questo lavoretto creativo non è fra i più edificanti lo ammetto, ma è anche vero che io odio, odio, odio pulire il forno e se posso evitare lo faccio con grande gioia!
Quindi il copriforno è velocemente diventato un "oggetto di culto" e me lo sono fabbricato in men che non si dica, ovviamente applicando una pezza di Aida ricamata ad un pannello di stoffa che ho scelto di una tinta adatta ai colori della cucina. Et voilà questo è il risultato!!




L'unico errore che purtroppo ho commesso è di non aver inserito una struttura rigida all'interno del pannello in tessuto, per cui, ovviamente, a forza di stare appeso, si affloscia un po' su se stesso perdendo il suo appeal! Quindi ora devo studiare come rimediare senza scucire il tutto che solo a pensarci mi viene male!

Fra una settimana aggiungerò il link a questo post nella pagina "La Casa Fiorita". CIAO!!

venerdì 13 gennaio 2017

VdL - Anita friggeva d'amore, Marta Casarini

Salve amiche leggione! Sono di nuovo scomparsa per il periodo natalizio, ma con le due terremote a casa da scuola ed il marito in ferie straordinarie per due settimane non ce l'ho proprio fatta a dedicarmi al blog.
In effetti ho anche letto poco e, fra le poche cose lette, c'era questo libricino: "Anita friggeva d'amore".

Nonno Goluàs è fuggito, molto molto giovane, dall'umida e insapore Brouges, per approdare in Italia patria del grande Artusi, sposare Rosita e diventare il nonno di Anita. "Scrivere un menù è come scrivere una storia d'amore" dice il nonno alla nipote, dando così inizio alla sua educazione culinaria; sì, perché Anita ha un dono, riconosce il sapore delle cose, di ogni cosa non solo del cibo. Il grande sogno del nonno è aprire un ristorante con la talentuosa nipotina: insieme saranno in grado di riportare i clienti alle gioie dell'infanzia, alle calde giornate d'estate in riva al mare o alle fredde sere invernali con la neve che cade leggera. Goluàs svela ad Anita le alchimie dei cibi, insegnandole che dentro ogni cibo è nascosto un sentimento e dentro ogni pentola cuoce una storia. Immersa nella sua famiglia strampalata, Anita crescerà ed imparerà a cucinare e ad amare ed anche che i sogni hanno bisogno del loro tempo per realizzarsi così come il pane ha bisogno di tempo per lievitare.

Si tratta di un romanzo molto particolare; credo che, in un certo senso, è un romanzo che o si ama o si odia. A me non è dispiaciuta l'idea di ricondurre i fatti della vita agli ingredienti della cucina, anche se, a volte, le metafore culinarie sono un pochino spinte troppo oltre. Ma il sentimento che sottende tutta la storia, il legame nonno-nipote, è molto bello e delicato e, sul finale, riserva una commovente sorpresa.
Non è un libro indimenticabile, ma, se letto con lo spirito giusto, può essere gradito.



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